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Fotografare in viaggio: è davvero necessario?

Mi è davvero necessaria questa fotografia? Che cosa perdo a farla e che cosa perdo a non farla?

Ecco, basta farsi queste domande e già la foto, quando si è in viaggio, non su ruba più ma si guadagna. Naturalmente, a costo di chiedere, di discutere, di chiarire, di donare, di “perdere tempo”, preziosissimo tempo di turista in vacanza.

Canestrini_blog_fotoviaggio1Elephanta, un’isoletta situata di fronte al porto indiano di Bombay, in cui le grotte adibite a santuari si possono visitare in un pomeriggio. Tre donne in sari verde , rosso e oro posano pittorescamente con tre giare di bronzo sul capo. Una vera provocazione, che un nutrito gruppo di turisti inglesi saluta con una raffica di scatti.

Tutti scatti diligentemente uguali alla fotografia che troveranno poi riprodotta nel dépliant pubblicitario in distribuzione presso la reception dell’hotel Taj Mahal.

Ci sono le banche delle immagini, ci sono le cartoline, le brochure, i libri illustrati, gli archivi delle agenzie, quelli dei professionisti e quelli degli amici “patiti” della fotografia. Piccolo autoesame motivazionale: valeva la pena moltiplicare quella realtà? Era davvero necessario scattare l’ennesima foto da cartolina tridimensionale? “Tre-donne-con –tre-giare”? Infatti, il piccolo compenso elargito al trio con il fastidio e l’imbarazzo di chi paga una prestazione mercenaria camuffata (in questo caso da spaccato di vita esotica) non è il solo prezzo dell’incontro mediato dall’obiettivo. Spesso ce n’è un altro, più avvilente da pagare: il blocco della comunicazione.

Non ci crederete, ma fare due chiacchiere, anziché un clic, può essere un comportamento più utile e più civile. E può magari spengerci a riflettere sul fatto che, nel Paese, che ci ospita, con l’equivalente del prezzo di una macchina fotografica digitale un uomo si sfama per un anno e più.

“Ecco, così. No, no, fermo con quella pipa!”. Un giovanotto inquadra con la sua Nikon un uomo di religione africano , appartenente alla tribù dei Tanéka. Rinculando, gambe larghe e schiena curva, il giovane turista si inerpica su un mucchietto di pietre. “Monsieur” gli fa un ragazzino toccandogli il gomito. “Che cosa c’è?” “Sta calpestando il nostro feticcio” Il sacerdote tace, lo sguardo di ghiaccio. I compagni di viaggio ne faranno il leitmotiv dello sfottò.

Ecco, come nacque la rubrica “L’uomo che viaggia” di Airone, quale debito da parte di quel giovanotto (il sottoscritto) – poi approdato alla redazione del mensile – verso quell’indulgente feticcio vudù.

Raccontateci le vostre esperienze con la fotografia durante i vostri viaggi. E’ meglio lasciare a casa la macchina fotografica e godersi il viaggio senza l’assillo di dovere riprendere tutto e vivere questa esperienza  in “diretta” (e non attraverso il mirino della cinepresa o della autofocus)? Avete anche voi qualche buffo aneddoto da raccontare, come quello di Duccio con i Tanéka?

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Scritto da Duccio Canestrini

È autore di numerosi articoli per riviste, di libri e testi per la televisione, la radio e il teatro. Conosciuto per aver introdotto, nell'ambito dell'antropologia del turismo, il concetto di Homo turisticus e di aver ideato le conferenze-spettacolo per divulgare l'antropologia al grande pubblico. Si occupa delle dinamiche del rapporto tra uomo e ambiente, di turismo responsabile e dei processi legati all'incontro interculturale.

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