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In viaggio per i Gorilla, per fermare i Crimini di Natura

Ecco come un viaggio nel cuore della Natura del Continente Nero può trasfromarsi in un formidabile strumento per la conservazione della biodiversità del Pianeta e per aiutare a fermare i Crimini di Natura!


Mountain gorilla mother and baby, UgandaE’ dal 1994, da quando si è costituito il movimento “Great Apes Project ” (GAP) che si è avviato, nell’opinione pubblica internazionale, un vivace confronto per riconoscere i diritti dei Primati antropomorfi. La tesi è che questi animali “possiedono facoltà mentali e una vita emozionale sufficienti per giustificare la loro inclusione nella comunità degli eguali”. Il GAP tende a impedire che questi nostri fratelli pelosi siano maltrattati, posti in schiavitù, uccisi e condotti all’estinzione.

Incuranti del dibattito che su di essi si è acceso, le grandi scimmie continuano ad essere tranquillamente perseguitate, uccise, mangiate, recluse in giardini zoologici orrendi, torturate in inutili esperimenti, private, con incendi e deforestazioni, del loro insostituibile habitat. Oranghi asiatici, scimpanzé, bonobo, gorilla di pianura e di montagna sono tutti in grave pericolo. Di questi stupendi animali, i gorilla di montagna sono forse i più affascinanti.
E non c’è di meglio che una spedizione nel loro ombroso e inaccessibile impero per rendersi conto di persona del loro valore.
Prima però di descrivere l’incontro con questo sultano della giungla è bene tracciare una panoramica completa del genere Gorilla.
I King Kong africani sono divisi in due grandi sottospecie: il gorilla di pianura (Gorilla gorilla) che vive nelle dense foreste tropicali dell’Africa Occidentale, in Nigeria, Camerun, Gabon, Guinea Equatoriale, Congo, con una popolazione tra gli 80.000 e i 100.000 individui. Tra questi vi sono due sottospecie isolate, il gorilla di Cross River (Gorilla gorilla diehli) che sopravvive con 250/300 individui in Nigeria e Camerun, e il gorilla di pianura orientale (Gorilla beringei graueri), 4000 esemplari nelle foreste pluviali del bacino del Congo.
Il gorilla di montagna (Gorilla beringei), più alto, scuro e pesante di quello di pianura (arriva a 275 kg), vive oggi asserragliato, in tre diverse popolazioni, sull’acrocoro vulcanico dei Monti Virunga tra l’Uganda, il Ruanda e la Repubblica democratica del Congo (ex Zaire). Il loro numero è di circa 880 individui protetti in quattro parchi nazionali: Bwindi Impenetrable Forest e Mgahinga Gorilla in Uganda, dei Vulcani in Ruanda e dei Virunga in Congo.
Arrivare, come ho fatto, a vedere i gorilla in natura a Bwindi, non è cosa facile.
Ci vogliono ore di fuoristrada su piste spesso fangose attorniate da pendici un tempo coperte dalla giungla e oggi devastate da problematiche coltivazioni di banane, sfiorando villaggi poverissimi, inerpicandosi su pendenze da brivido.
Ma quando, dopo una notte passata in una grande a attrezzata tenda del centro del Parco Nazionale Bwindi a 1500 metri di altezza, si prende a salire accompagnati dalle guardie armate (un mese dopo la mia ultima visita otto turisti furono uccisi, assieme a quattro guardie, dai ribelli congolesi) il paesaggio cambia di colpo. Alle distese di manioca e ai bananeti (più volte, mi dicono, teatro delle incursioni dei gorilla) si sostituisce la foresta, veramente impenetrabile (Bwindi in lingua locale significa proprio questo).

Mountain gorilla, Virunga National Park, CongoSi arranca su sentierini fangosi molto scivolosi e ripidi e si entra in una prima vallata folta di arbusti ed erbe dalle grandi foglie, dominata dai tronchi monumentali degli alberi di mogano. Pochi uccelli chiamano dal folto. Un rapido sfrascare ci denuncia (dicono le guide) la presenza di due giovani maschi ancora non abituati ai pur rarissimi turisti (presenza che, tra l’altro, dato l’alto costo dei permessi, rappresenta un’insostituibile risorsa per le popolazioni locali, indotte di conseguenza a rispettare la grandi scimmie). Superato un dosso, penetriamo in un’altra vallata con ciuffi di bambù, il volo iridescente di splendide farfalle azzurre e il canto monotono di invisibili uccelli.
E qui, a 1835 metri di altezza, ecco i primi segni. Foglie lacerate, deiezioni fresche e i loro versi. Mentre aspettiamo di vederli allo scoperto, penso alle tante leggende calunniose che coinvolgono questo stupendo e mite animale.
Secondo il grande zoologo ottocentesco Alfred Brehm, “Il gorilla attacca anche senza essere provocato. I cacciatori di elefanti temono queste grandi scimmie più d’ogni altro animale. Non è raro il caso che un cacciatore scompaia di colpo alla vista dei suoi compagni: è avvenuto che un gorilla, appostato dietro un cespuglio, abbia steso una mano, senza molto scomporsi, tirando a sé il malcapitato. Con sé lo trascina in cima all’albero e, dopo averlo strozzato, lo lascia cadere esanime al suolo“.
Questo e gli innumerevoli film che accreditano al gorilla comportamenti violenti e imprevedibili (probabilmente avvenuti quando i rapporti con questi animali si regolavano solo a colpi di zagaglia e fucile) ci preoccupavano, anche se le testimonianze dei numerosi zoologi che li hanno studiati ne riabilitano la fama offuscata, attribuendogli invece una indole serena e pacifica, da veri erbivori.

Mountain gorilla, Parc du Volcans National Park, RwandaIl grande zoologo George Schaller, autore del fondamentale The Mountain Gorilla – Ecology and Behavior pubblicato nel 1963, che ha esaminato un numero enorme di escrementi di questo animale, non ha trovato in essi altro che resti vegetali.
Finalmente, scrutando nel folto, li vediamo. Sono un grande maschio dalla schiena argentea (silverback lo definiscono gli esperti), due femmine e un piccolo.
Ci ignorano totalmente e passano il tempo sgranocchiando foglie e fronde. L’unico veramente interessato è il piccolo, un pompon di pelo nerissimo dagli occhietti di ematite, che fa capolino tra i rami, gioca a nascondino e, come tutti i bambini, è curioso da morire. Restiamo in religioso silenzio davanti a questo spettacolo della natura per diversi minuti. Poi, perseguitati da ferocissime (queste sì) formiche di fuoco, torniamo a valle.
Secondo un famoso zoologo tedesco, Bernhard Grzimek, negli anni ’60 dello scorso secolo in questo areale tra Uganda, Ruanda e Congo, i gorilla erano tra i 5000 e i 15.000.

Mountain gorilla (Gorilla beringei beringei); RwandaOggi, a quarant’anni di distanza, a causa della guerriglia, del bracconaggio, della distruzione del loro ambiente vitale e delle vendette dei contadini, il loro numero è ridotto, come si è detto, a circa 880 individui.
Ed è per questo che le maggiori istituzioni internazionali che hanno a cuore la sopravvivenza delle specie animali, si battono da anni per aiutarli, anche con sacrifici umani, come quello dell’americana Diane Fossey uccisa dai bracconieri in Ruanda nel 1985 (immortalata nel film “Gorilla nella nebbia”) o quello dei tanti guardaparco massacrati dai guerriglieri nei Parchi nazionali.
Il WWF Italia collabora attivamente con varie associazioni internazionali nella defatigante battaglia per fermare il declino e assicurare la sopravvivenza di questi nostri fratelli della giungla nebbiosa.
Oltre al bracconaggio, un grosso problema  è  costituito dalle legioni di profughi (più di un milione) che, scacciati dalle atroci guerre etniche dai loro territori coltivati, si arroccano sulle pendici dei Virunga e premono sui confini del parco nazionale, istituito nel 1925 su 8000 chilometri quadrati di foresta vergine pluviale attorno ai vulcani.
Sono masse di persone che hanno bisogno di tutto: cibo, legna da ardere, terreni da coltivare e che erodono anno dopo anno l’areale insostituibile dei grandi Primati.
L’azione del WWF, concretizzata nel Progetto PEVi (Programma ambientale attorno ai Virunga, iniziato nel 1987), è soprattutto imperniata sul fornire alle comunità locali delle alternative sostenibili alla devastazione della selva primigenia.
Così, anche con i fondi della Cooperazione italiana, si è riusciti a creare una fascia tampone di rimboschimento per 4500 ettari, ove le popolazioni locali possono ricavare la legna per le loro necessità. Questa operazione coinvolge, per gli impianti e la loro gestione, più di 70.000 persone. In più 36 associazioni di donne locali sono impegnate in 29 progetti di orticultura tradizionale che forniscono ai rifugiati 20 tonnellate di verdure l’anno.
Ancora, sono state finanziate due associazioni di giovani apicoltori per la produzione di miele e altri fondi sono erogati per incentivare iniziative di allevamento di animali domestici allo scopo di alleggerire l’impatto sulle specie selvatiche, ancora molto minacciate dalla pratica del bushmeat, cioè l’uccisione (anche di scimpanzé e gorilla) per ricavarne carne da vendere sui mercati.

Scenes from a patrol at the Tshabarimu ICCN post, Northern sector, Virunga National Park, Democratic Republic of Congo, AfricaMa tutte queste misure sarebbero poco efficaci se non ci si fosse impegnati a ricreare il corpo dei guardaparco, totalmente devastato durante la guerra.
E così si è provveduto ad equipaggiare le guardie fornendole di tende, uniformi, impermeabili, scarpe, calze, camicie. E poi binocoli, auto e moto fuoristrada, radio ricetrasmittenti, computer, apparecchi GPS, e tutto quanto occorre per rendere incisiva la loro insostituibile azione, in primo luogo quella contro le deforestazioni e il bracconaggio.
Si tratta di un’azione che finalmente sta dando i suoi primi timidi frutti. Nel Parco Nazionale ugandese di Bwindi i 300 gorilla del 1999 sono divenuti 320. E anche negli altri parchi nazionali del Congo e del Ruanda che circondano i vulcani Virunga, dal 1989 si è registrato un aumento del 17% degli esemplari.
Non si può ancora parlare di consolidata inversione di tendenza: la situazione in quei luoghi non è ancora tranquilla. Pure questi primi segni di confortante recupero fanno ben sperare che l‘insostituibile patrimonio, anche turistico, costituito da questi miti King Kong, possa essere definitivamente salvato. Con l’aiuto di tutti, ma soprattutto delle derelitte popolazioni umane che in quei luoghi aspirano ad una vita meno terribile e disperata e da coloro che, nei paesi più ricchi, aiutano con il loro contributo le associazioni che si battono per questo scopo.

STOP AI CRIMINI DI NATURA
C’è una guerra in corso, ma nessuno ne parla. E’ una guerra che sta massacrando, oltre ai gorilla,  anche rinoceronti, tigri, elefanti e tante altri animali innocenti, e che sta devastando i nostri mari e le nostre foreste.
Il bracconaggio, il traffico illegale di specie, la deforestazione, la pesca illegale sono un business da 213 miliardi di dollari, che alimenta il traffico di droga e di armi, il terrorismo e le guerre che affliggono tanti Paesi in via di sviluppo in Asia e in Africa. Sono questi i crimini di Natura: sanguinose rapine che sottraggono al nostro Pianeta enormi risorse economiche su cui fondare un futuro migliore.
In questa guerra noi del WWF siamo in prima linea: combattiamo ogni giorno e ovunque nel mondo in difesa dei nostri mari, delle nostre foreste e delle specie animali in pericolo, per garantire un futuro al nostro Pianeta e alle generazioni future.
Aiutaci a vincere questa sfida! I crimini contro la Natura sono crimini contro tutti noi e solo grazie al tuo sostegno possiamo fermare questo massacro.

 

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Scritto da Fulco Pratesi

Fulco è fondatore del WWF Italia, di cui è ora presidente onorario. Giornalista, ambientalista, illustratore (disegna dei magnifici acquerelli), ha progettato numerosi parchi nazionali e riserve naturali in Italia e all'estero. Scrive per numerose riviste e blog.

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