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A piedi di Paolo Rumiz

L’unica perplessità, dopo aver letto “A piedi” di Paolo Rumiz, è la collocazione della casa editrice Feltrinelli nella collana Kids, rivolta ai bambini. In realtà il vero bersaglio sono i genitori perché, è uno dei messaggi del libro, sciolgano le briglia ai loro pargoli per iniziarli a l’arte del camminare.

Rumiz, una icona italica del turismo lento, per scrivere questo testo, che racconta l’attraversata dell’Istria da Trieste a Capo Promontore fatta in sette giorni, ha seguito il consiglio del suo amico disegnatore Altan. Quello di portare a spasso il bambino che è in lui. “Significava, scrive il giornalista, che dovevo cercare di vedere il mondo con lo stesso occhio incantato di quando avevo dieci anni, leggevo i diari di bordi di Cristoforo Colombo o le avventure di Magellano dalle parti di Capo Horn, seguendone minuziosamente il tragitto su un vecchio atlante . Arrendersi allo stupore è la chiave di tutto. Il viaggio non fatto per quelli che hanno smesso di meravigliarsi della vita“.

Si capisce comunque dalle prime pagine che Rumiz, con i figli oramai adulti, avrebbe voluto fare questo viaggio a piedi, con un ragazzino, “Non c’è niente di più perfetto di un’avventura consumata in coppia da un adulto carico di esperienza e da un ragazzo pieno di forza fisica e affamato di orizzonti“, proclama nel prime pagine del libro. “Gli occhi di un ragazzo, aggiunge, fanno vedere di più e dilatano il mondo“. Sacrosante parole.

Pensate, dice ancora, basterebbe così poco per fare sognare un ragazzino: riempire un sacco, comprare una tendina e partire per una meta vicina. Nel nostro mondo pochi genitori sono capaci di fare altrettanto con i loro figli. E, non facendolo, non sanno quello che perdono. A dieci anni l’uomo comincia a sognare i grandi viaggi, a sentire l’istinto della libertà per la giustizia“.

“A piedi” è quindi un bel racconto di un viaggio su un itinerario molto insolito, dove non mancano diversi spunti di riflessione. Dalla scelta del percorso, con il punto di partenza a “km 0” (l’uscio di casa o giù di lì), alla scelta di viaggiare in solitudine. Un’esperienza decisamente arricchente. “Viaggiare da soli non è affatto male e comporta non pochi vantaggi, dice Rumiz”. “Ci si alza, si mangia e si cammina quando si vuole. Si parla con se stessi, si ricordano cose dimenticate e non si deve rispondere a nessuno delle proprie decisioni. Ma soprattutto è più facile fare incontri“. Anche queste sacrosante parole. Camminare è un’arte che migliora, passo dopo passo, giorno dopo giorno. “Il quinto giorno, dice Rumiz, vi renderete conto con stupore di aver imparato a camminare. Lo capite dal rispetto con cui vi guarda la gente. Siete eretti, nobili, irradiate calma e soddisfazione“.

Quindi un libro “ufficialmente” rivolto ai bambini (che veramente lo possono leggere ) ma anche e soprattutto ai genitori, escursionisti e no, perché facciano provare il prima possibile, ai loro pargoli, l’ebrezza di un viaggio a piedi.

Ho trovato illuminante e molto divertente un passaggio di un’intervista a Rumiz pubblicata sul sito Ambiente della Regione Emilia Romagna (il link all’intervista integrale: http://bit.ly/RR7WCz) in cui lo scrittore risponde in modo ironico ma deciso alla domanda “Qual è il modo per insegnare a questi giovanissimi l’arte del camminare, del conoscere il mondo a piedi? “..Per insegnare ai più giovani bisognerebbe prima di tutto sterminare le mamme italiane che li proteggono troppo e che hanno paura che si sbuccino le ginocchia nel cortile sotto casa, o che si tuffino in un fiume, o che affrontino qualche piccola avventura in bicicletta o a piedi. La mamma italiana è un flagello della cultura: tanto cantate e tanto amate, in realtà gran parte delle mamme italiane sono una scuola di codardia, di rinuncia e di sottomissione. E non che gli uomini, i papà, siano meglio. La mamma accontenta troppo, è la cinghia di trasmissione tra il desiderio del bambino e i meccanismi infernali della macchina del consumo. I bambini andrebbero in qualche modo requisiti per un periodo non proprio breve e portati in giro, a fare una grande avventura, senza i telefonini con cui ogni mezz’ora comunicano, ovviamente alla mamma, ciò che hanno mangiato. Perché altro non interessa in questa società, non ciò che i più piccoli hanno visto, udito, sentito, gustato, sperimentato e appreso, ma ciò che hanno mangiato”.

E voi che ne pensate? Come avete fatto insegnare ai vostri figli l’arte del camminare? Avete qualche meta particolare da proporre?

ROBERTO FURLANI

Triestino di nascita e milanese di adozione, è responsabile dell’Ufficio Turismo, dopo un passato di ittiologo d’acqua dolce e di educatore ambientale. Le sue principali passioni sono la famiglia, la scrittura (è giornalista) e la lettura. Ama tutti gli sport legati alla natura, in particolare viaggi e escursioni a piedi, in bicicletta e sott’acqua e la genuinità dei prodotti locali… vini compresi, ovviamente!

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Scritto da WWF Nature

WWF Nature è il programma di turismo responsabile naturalistico di WWF Ricerche e Progetti, che gestisce la carta di qualità del WWF Italia sul turismo responsabile e ne monitora l'applicazione, da parte dei Tour Operator e fornitori locali di servizi turistici ed educativi che realizzano le attività presentate su questo portale.

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